L'Orso e il Tempo: Il mio Blues con John Mayall.

scritto da John Weldon
Scritto Ieri • Pubblicato 9 ore fa • Revisionato 9 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di John Weldon
Autore del testo John Weldon
Immagine di John Weldon
«L'inglese vi servirà per parlare con la gente, ragazzi. Ma la musica vi servirà per parlare con il mondo». Storia immaginifica di un viaggio studio nella Londra del 1979, un incontro impossibile ed il ruggito di un leone che il tempo non potrà mai
- Nota dell'autore John Weldon

Testo: L'Orso e il Tempo: Il mio Blues con John Mayall.
di John Weldon

«L'inglese vi servirà per parlare con la gente, ragazzi. Ma la musica vi servirà per parlare con il mondo». Storia immaginifica di un viaggio studio nella Londra del 1979, un incontro impossibile ed il ruggito di un leone che il tempo non potrà mai davvero spegnere.


Tempus fugit, è vero,  ma questa notte il tempo è sospeso davanti al bicchiere, e l’aroma del sigaro scivola dentro. Il buio, il freddo ed il cognac che ingollo con un sorso secco mi aiutano a non credere che molto è andato via, silenzioso e inesorabile come il fiume.

La prima volta che ho visto John Mayall avevo quindici anni. Era precisamente l’estate del 1979 e la mia base era in un college di East Putney. Sorpresa, meraviglia, stupore immaginifico, gioia pura. Quella vacanza studio di tre settimane che, nelle intenzioni dei miei genitori avrebbe dovuto servire a raddrizzare il mio inglese scolastico alquanto malconcio fu il dispiegarsi davanti a me del mondo, fu l’anelito di libertà, il sapore dell’ossigeno nei polmoni. Prima volta in aereo, prima volta fuori casa da solo, prima volta libero e l’entusiasmo della vita avanti. Veramente formidabili quegli anni.

La Londra psichedelica degli anni '60 era finita in realtà da un pezzo, parlo della swinging London delle minigonne, quella di Abbey Road, o delle feste con le modelle, della bellezza leggiadra di Marianne Faithfull. Al posto dei colori di Carnaby Street c'erano le prime scritte sui muri contro Margaret Thatcher, la malvagia Lady di ferro eletta da pochi mesi, e un'aria grigia, carica di fumo e densa di rabbia punk. Di continuo, gli allarmi bomba dell'IRA.

Eppure, il passato respirava ancora, soprattutto per noi ragazzini di provincia di un’Italietta sideralmente lontana. Lo si percepiva – il passato - nei negozi di vinili dell'usato e nei piccoli club sotterranei di Camden Town o di Covent Garden dove finii una sera, quasi per caso, insieme ai miei tre compagni di college, tutti malati di musica come il sottoscritto. Per la verità noi amavano il prog a quel tempo, Genesis e Yes soprattutto e del blues ne sapevamo nulla o quasi.  Ma fummo attratti ugualmente da quel cartello scritto a pennarello sulla porta: Tonight John Mayall & The Bluesbreakers. John Mayall, mi sforzai di ricordare, forse il fratello di Remo ci aveva fatto sentire qualcosa,  di lui. E così, più per curiosità che per passione spendemmo le nostre ultime sterline senza pensarci due volte.

Il locale era semibuio, saturo di fumo e birra calda. Sul palco, proprio accanto agli amplificatori, spiccava una scritta a caratteri cubitali: No drinks on stage please. Quando Mayall ci salì, l'aria cambiò repentinamente e l’energia inziò a scorrerci dentro. Ricordo ancora il suo vigore giovanile di allora, le braccia muscolose, il fisico asciutto, l'andatura fiera di un uomo nel pieno della sua forza, la giacca sfrangiata da hippie la cintura borchiata, i monili pacifisti al collo. Tutto da lui emanava una carica elettrica ed una forza autentica, da vero guerriero del blues. A metà scaletta Mayall si sedette alle tastiere, lanciò uno sguardo d'intesa al bassista e attaccò un tempo medio, ipnotico, rotolante. Era "The Bear".

Io non avevo mai sentito niente del genere e ne rimasi folgorato. La combinazione tra il groove profondo del basso e la voce di Mayall, che evocava il ricordo della casa dell’”Orso”, di una casa piena di blues e di vecchi amici, mi arrivò dritta allo stomaco. Quando prese in mano l'armonica e cominciò a soffiarci dentro, il suono si fece lancinante, graffiante, malinconico, come quello del delta del Mississippi, delle paludi della Louisiana. In quel preciso istante mi innamorai perdutamente di quella musica. Quel pezzo stava dando una voce a tutto quello che provavo a quindici anni in quel momento davanti al mondo che mi si dispiegava: un desiderio di fuga, senza alcuna paura del futuro della sua incertezza e la bellezza selvaggia della libertà.

A fine concerto, fu un addetto alla sicurezza mosso a simpatia che fece un cenno a noi quattro ragazzini sperduti e ci lasciò passare del tutto inaspettatamente nel retro del palco. Il pub non era grande, saremo stati in duecento e l’atmosfera era del tutto informale, non c’era alcun cenno di divismo e finito il concerto tutti erano tornati a bersi le loro pinte in tutta serenità. In un locale angusto adibito a camerino Mayall era seduto su una cassa acustica, intento ad asciugarsi il sudore con un asciugamano bianco, era stanco e visibilmente felice. Ci vide, ci sorrise e ci strinse la mano. Si alzò e la strinse a tutti. Poi ci offrì della gazosa.

«Italy», risposi io, facendo da portavoce con le orecchie che ancora mi fischiavano. «Siamo qui per studiare l'inglese. Ma stasera abbiamo incontrato la storia. E "The Bear"... quel pezzo that's amazing....».

Mayall sollevò lo sguardo e i suoi occhi ebbero un guizzo di autentico calore. «Ti piace l'Orso, ragazzo? Quella canzone è per un vecchio amico che non c'è più. Il blues serve a questo: a tenere in vita chi ami». Poi, indicando la sua chitarra, aggiunse: «L'inglese vi servirà per parlare con la gente. Ma la musica vi servirà per parlare con il mondo. Non dimenticatevelo».

Tornammo a East Putney con l'ultima metropolitana della notte. Avevamo quindici anni, eravamo nella città più viva del pianeta e sentivamo di avere l'eternità davanti. Ed infatti era così.

***

Gli anni fluirono scivolando inesorabili come la corrente del grande fiume, passarono via correndo al ritmo del giaguaro, ma il filo invisibile con il vecchio leone non si spezzò mai. L'ultima volta che lo vidi ruggire davvero, e lo fece in modo roboante, fu nel luglio del 2003. Per quel concerto presi un aereo, da solo, completamente solo, volutamente solo, di più in perfetta armonica solitudine. Ero ancora un uomo alla metà del guado  con le sue inquietudini intatte allora, e mi rivedo nitidamente lì, nella mia memoria prima che stampato nel frame del filmato di quell’evento: c’è un uomo in giacca, seduto in seconda fila, immobile che sorride compiaciuto  e si beve la sua felicità di fronte alla tempesta sonora che si sta scatenando sul palco di Liverpool per il settantesimo compleanno del Godfather. Accanto a me c'era una ragazzina che avrà avuto la metà dei miei anni – pochi in più dell’età età che avevo io a East Putney – e che sembrava completamente impazzita, ipnotizzata dal ritmo della muscia. E quella sera sul palco c'erano anche Eric Clapton, Mick Taylor, Chris Barber. Il leone emanava ancora una potenza devastante, un’energia pura e ancestrale che sembrava poter sconfiggere lo scorrere degli anni. Gli altri erano lì solo per lui. Fu un trionfo, l'apice di un'era immortale.

Ma si sa, il tempo, eventually, alla fine, presenta sempre il conto. Fu nell'inverno del 2021 o all’inizio del 2022, in mezzo alla bufera della pandemia orribile, quando vidi l'annuncio del suo tour d'addio alle scene per la primavera del 2022. C'era una data italiana, al Live Club di Trezzo d'Adda.

Io ero oramai quasi un sessantenne allora. Senza esitare un solo secondo, ho comperato i biglietti con mesi di anticipo con l’emozione di un adolescente. Ce n'era uno per me e uno per mia moglie, posti numerati e comodi, vicino allo stage. Non volevo semplicemente andare ad un concerto a sentire musica; ci tenevo disperatamente a portare lei con me, a farle capire, attraverso quelle note, chi compiutamente fossi io, quanto fosse stato importante per me quell'incontro a Londra nel 1979 di cui tanto spesso le avevo narrato con le parole ammantate dell’ingenuità dell’eterno ragazzo. Volevo mostrarle il momento esatto in cui i miei occhi si erano aperti sul mondo. Volevo che ascoltasse anche lei "The Bear" dal vivo, presentarle il ragazzino di quindici anni che ero stato e che, sotto i capelli ormai bianchi, sotto I completi grigi ed ingessati, sentivo di essere ancora.

Mentre aspettavo e quasi contavo i mesi che mi separavano dal concerto, me ne andavo curiosando gli ultimi video lasciati su YouTube. Ne rimasi leggermente perplesso. Il contrasto visivo era in verità spietato, doloroso. Al posto del leone del 1979 o del titano di Liverpool c'era uno stanco vecchietto con le sue camiciole leggere e sgargianti, l’incedere affaticato,la postura curva. Eppure, non appena si sedeva all'Hammond o stringeva l'armonica, John tornava ad essere un gigante. Accanto a lui, sul palco, c'era la chitarra graffiante di Caroline Wonderland, a fare da contrappunto alla sempiterna energia che si rifiutava di spegnersi.

E mentre ero fisso sullo schermo, la mia mente creava un piano sequenza infinito, una linea del tempo affollata da tutti gli straordinari attori dell’accademia che Mayall aveva scoperto, guidato ed elevato. Vedevo scorrere i volti e le note di Mick Taylor, l'eleganza jazz di Chris Barber, la sezione ritmica di John McVie, il genio tormentato di Peter Green. E poi la furia di Gary Moore, il tocco di Coco Montoya, e Buddy Whittington, un gigante obeso che non appena prende la chitarra in mano si trasforma in un angelo volante, talmente leggero da togliere il fiato. Fino ad arrivare a Eric Clapton. Quasi tutti morti, quasi tutti già fantasmi, quasi tutti tranne Eric, sempre più triste e solo. Era un'intera epoca che si stava congedando dal mondo, lasciando sul palco solo quel vecchio leone con la sua camiciola.

Ma la vita non segue sempre lo spartito del blues, o forse invece si perchè il blues è anche il lamento del dolore. Mayall, stanco, fragile e profondamente provato dall'età e dagli strascichi della pandemia, fu costretto ad annullare l'intera tournée europea.

Quando arrivò l'email della cancellazione, rimasi a fissare lo schermo del computer per diversi minuti. Mestamente, sbrigai le pratiche online per farmi rimborsare i biglietti. Quei soldi riaccreditati sul conto corrente avevano il sapore amaro di una resa. Non era solo un concerto saltato; era la porta del passato che si chiudeva definitivamente. Il cerchio non si sarebbe ricomposto.

Due anni più tardi, nel luglio del 2024, come sempre è Facebook che mi anticipa la notizia. John Mayall è morto a novant'anni nella sua casa in California. Il comunicato ufficiale della famiglia recita che "he passed away peacefully".  In quella casa sperduta sulla West Coast si è consumato l'atto finale. La mia mente non ha potuto fare a meno di tornare al settembre del 1979, poche settimane dopo il nostro incontro a Londra, quando un incendio devastante, spinto dai venti di Santa Ana, distrusse completamente la sua mitica casa  rifugio di Laurel Canyon a Los Angeles. Lassù, tra le fiamme, andò in fumo una delle più grandi collezioni di dischi e nastri blues del mondo, insieme a venticinque anni di diari personali. I suoi tesori diventarono cenere allora, e adesso la sua stessa vita era diventata cenere quarantacinque anni dopo in California, come se quel fuoco non avesse mai smesso di inseguirlo.

Quando ho letto la notizia della sua morte, ho trovato subito il video che Eric Clapton ha pubblicato per ricordarlo. È stato un momento di una drammaticità devastante. Clapton parlava in modo sommesso, ma l'emozione lo ha tradito, rompendosi in un pianto disperato, nudo e inconsolabile davanti alla telecamera. Lo ha ringraziato con le lacrime agli occhi per avergli salvato la vita quando era solo un ragazzo sperduto e senza una direzione, per avergli dato una casa, un rifugio e per avergli insegnato tutto sul blues. Vedere l’idolo della mia giovinezza crollare in quel modo, sopraffatto dal dolore, ha reso tutto definitivo.

In quel preciso istante ho capito il peso di quel vuoto. Qualche tempo fa, proprio su Ali di Carta, ho pubblicato un testo intitolato Eric Stands Alone, firmandolo con il mio pseudonimo, John Weldon. Il pezzo non è piaciuto che ad uno ma non importa. Non me ne frega niente. Io scrivo anche solo per me stesso. Io scrivo solo per me stesso.  E quel testo parlava proprio di questo: di come Clapton fosse rimasto ormai l'ultimo baluardo vivente, l'ultimo gigante solitario a rappresentare un'intera, irripetibile epoca musicale. Me lo ero immaginato su una scogliera in Cornovaglia a piangere John e JJ Cale ed i tanti altri e poi  buttare un vecchio capocorda nell’oceano, un vecchio cimelio ultimo testimone del tempo irripetibile. Con la morte di Mayall, quella solitudine è diventata assoluta, e la drammaticità di quel pianto ne era la prova vivente. Il Re era nudo, e soprattutto, era rimasto solo.

La morte di Mayall è stata la metafora perfetta dell'inesorabile scorrere del tempo. Gli eroi della nostra giovinezza se ne vanno, e con loro sbiadiscono i luoghi, i ricordi e le illusioni di quando il mondo sembrava immenso e privo di confini.

Quel giorno, insieme al vecchio Padrino del Blues britannico, un pezzetto di quel quindicenne di East Putney se n'è andato per sempre. Lì, in un pomeriggio qualunque del 2024, davanti allo schermo freddo di un computer, sono morto un po' anch'io.


______________________________________________________________________

APPENDICE FUORI TESTO.
Cronache del blues ricostruite da J.W.. 

NdA. 
Incroci e paralleismi tra Mayall, the Bear e Clapton. 
Il parallelismo tra questi due capitoli fondamentali del blues rock britannico si concentra su un luogo ben preciso: la casa di John Mayall a London Road, a Bexley (nel Kent), trasformata in una vera e propria comune musicale e "incubatrice" di talenti. Ecco come si intrecciano e si specchiano la convivenza con Eric Clapton (nel 1965) e quella con Bob "The Bear" Hite dei Canned Heat (avvenuta pochi anni dopo negli Stati Uniti).


1. Eric Clapton a casa Mayall (1965): La nascita di "Slowhand". Nel 1965, Eric Clapton lasciò gli Yardbirds perché la band si stava allontanando dal blues purista per inseguire il pop. John Mayall lo accolse immediatamente nei suoi Bluesbreakers, offrendogli non solo un lavoro, ma anche rifugio nella sua casa di Bexley. L'atmosfera: Mayall aveva una collezione sconfinata di dischi blues americani importati (Muddy Waters, Buddy Guy, Freddie King). Clapton si trasferì letteralmente nella stanza della musica di Mayall, passando le giornate a studiare quei vinili, assorbendo lo stile e la tecnica che avrebbero poi definito il leggendario album "Blues Breakers with Eric Clapton" (l'album col fumetto "Beano"). Il ruolo di Mayall: Fu un mentore e un fratello maggiore. Curò l'ossessione di Clapton per il blues, dandogli lo spazio e la stabilità per diventare il chitarrista più celebrato d'Inghilterra.

2. Bob "The Bear" Hite ospita Mayall (e viceversa): Il ponte transatlantico. Pochi anni dopo, la dinamica si invertì geometricamente attraverso l'oceano. Quando Mayall si trasferì a Laurel Canyon (California) alla fine degli anni '60, strinse una profonda amicizia con i Canned Heat, la band guidata dal mastodontico cantante Bob "The Bear" Hite.
L'ossessione comune: Proprio come Mayall a Bexley, "Il Bigonzo" (The Bear) era famoso per avere una delle più grandi collezioni private di dischi blues e boogie del mondo nella sua casa a Topanga Canyon.

Lo scambio culturale: Se a Bexley Mayall faceva da "iniziatore" per il giovane Clapton mostrando i suoi dischi, in America fu Mayall a essere ospitato e immerso nella colossale libreria musicale di Hite. Questo legame portò a collaborazioni storiche, come l'album In Europe dei Canned Heat con Mayall, e all'influenza reciproca nel riscoprire i vecchi maestri del blues rurale americano.


Il Parallelismo Chiave: La "Scuola del Vinile".
Il vero parallelismo tra questi due momenti sta nel concetto di condivisione e isolamento creativo. In entrambe le occasioni, la convivenza non era semplicemente "avere un tetto sopra la testa", ma un rituale quasi religioso. incentrato sulla collezione di dischi.

Nel 1965, Mayall usa la sua casa e i suoi dischi per sgrezzare il talento di Clapton, definendo il suono del blues rock inglese.
Nel 1970, "The Bear" accoglie Mayall nel proprio regno californiano, dove la comune passione per i dischi a 78 giri diventa il collante per la fusione definitiva tra il blues bianco americano e quello britannico.

In entrambi i casi, la casa di un musicista si trasformò nel quartier generale di una rivoluzione culturale.

Il trasferimento di John Mayall in California e il successivo incendio del 1979 rappresentano uno dei cortocircuiti più drammatici, poetici e amari della storia del rock. Questo evento racchiude in sé un paradosso lacerante e una conclusione che ridefinisce completamente la figura di Mayall.

Il Paradosso: La distruzione del "Tempio della Memoria".
Il grande paradosso della vita di John Mayall a Laurel Canyon si articola su tre livelli.

1. Il cacciatore di rarità che perde il passato: Mayall aveva passato l'intera esistenza a collezionare, preservare e catalogare la storia del blues. La sua casa era una vera e propria arca dell'alleanza della musica nera, contenente dischi a 78 giri introvabili di pionieri come Robert Johnson, Charley Patton e Son House. Il paradosso supremo è che l'uomo che aveva "salvato" il blues dall'oblio in Inghilterra, portando quei suoni oltreoceano, ha visto la propria immensa biblioteca storica incenerita proprio nella terra in cui quel genere era nato.

2. Da archivista a uomo senza storia: Oltre ai vinili e ai nastri, il fuoco del 16 settembre 1979 divorò tutti i suoi diari personali, master originali, filmati d'archivio e scritti accumulati in decenni. Mayall, che era un maniaco del controllo e della documentazione storica (il "professore" del blues), si ritrovò in poche ore a essere un uomo letteralmente senza un passato materiale.

3.  La maledizione di Laurel Canyon: Mayall si era trasferito in California cercando la libertà, la natura incontaminata e l'utopia hippie (celebrata nell'album Blues from Laurel Canyon). Quella stessa natura selvaggia e idilliaca si è rivoltata contro di lui sotto forma di un incendio boschivo (bush fire) alimentato dai venti di Santa Ana, trasformando il suo paradiso personale in un inferno di cenere.




L'Orso e il Tempo: Il mio Blues con John Mayall. testo di John Weldon
4

Suggeriti da John Weldon


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di John Weldon